Pensiamoci e "resistiamo" a casa

Per noi che ci chiamiamo "collettiva" sarebbe stato impossibile ripensarci in un futuro, dopo il coronavirus, senza le relazioni e la vicinanza emotiva che abbiamo già costruito.

Partiamo proprio dalla parola collettiva. Per tutti i vocabolari è un "gruppo di persone che si riuniscono per discutere argomenti di interesse comune e produrre collegialmente documenti e proposte di carattere operativo". E infatti noi ci riuniamo, e molto. Anzi ci riunivamo, uso l'imperfetto.

Presentazioni di libri che passavano di mano in mano (anche cento persone), conversazioni sul femminismo nelle case delle persone che ci preparavano biscotti, caffè e dispensavano abbracci, laboratori di scrittura tenuti in vari luoghi, gruppi di lettura a distanza ravvicinata (ma a volte anche quattro gatti).
Ci riunivamo per riflettere assieme, per leggere assieme, addirittura per scrivere assieme.
Il decreto è stata una batosta, ma ci siamo subito adeguate per il bene di tutte e oggi "resistiamo" grazie alle relazioni che siamo state in grado di costruire ieri. Ci sentiamo molto fortunate in questo momento, (nonostante tutto) perché possiamo chiamarci, scriverci, pensarci e ripesarci. 
E usiamo la parola relazione e non rapporto (per esempio) non a caso. Abbiamo rapporti nel mondo dei social, ma le relazioni si creano tra le persone in carne e ossa e noi le abbiamo create grazie alla parola che nasceva dalle nostre bocche, dall'abbraccio dei nostri corpi, alla nostra fisicità, anche. Il nostro pensiero è sempre stato sorretto, protetto ed espresso dai corpi. 
Ne abbiamo parlato in tutti i modi. Resistenza alla guerra (ricordate le istruzioni al sabotaggio di Alba De Céspedes?), corpo, corpo, corpo (ricordate il gigantesco neo di Rossana Rossanda?), differenza tra immanenza e trascendenza (pensate qualche volta a Simone De Beauvoir?), e al corpo di Sibilla Aleramo che si squarcia per far nascere l'amato figlio? E l'aborto descritto da Annie Ernaux ne L'evento?
Il nostro è stato un esercizio di filosofia di resistenza (dalla resistenza dell'intimità a quella di relazione). Che cosa vogliamo dire? Che la condivisione dei pensieri sulla resistenza era già costruzione di un nuovo mondo, dove far sentire i nostri pensieri e le nostre azioni. In un mondo capitalistico, la fascinazione della merce (usiamo una metafora) ci colpisce solo se siamo isolate, la paura ci aggredisce solo se siamo l' una contro l'altra. La sua forza cresce se siamo divise. 
Per noi, questo non avviene, perché ci sono le relazioni che ci svelano vecchi meccanismi, perché la comunicazione e la volontà sono dirette a costruire un nuovo mondo, non riconoscendo più quello vecchio fatto di guerre e di patriarcato.
Prima di fare e di diventare comunità (ecco un'altra parola importante) ci siamo sperimentate, con le parole e col corpo.
Qual è il passo successivo? 
Quello di trasformare i nostri corpi e le nostre parole della resistenza a una nuova esistenza.
Naturalmente insieme, se vi va.
#restiamoacasa #resistenza

Il futuro sarà eco-femminista #governodilei

In questi giorni una compagnia petrolifera canadese, la X-Site, ha prodotto per i suoi dipendenti un adesivo con il logo aziendale dove Greta Thunberg viene afferrata da dietro per le trecce, con un chiaro riferimento a una violenza sessuale. È una buona occasione oggi, 8 marzo, per parlare di una corrente che evidenzia il nesso fra ecologia e femminismo: l’ecofemminismo.

Perché sempre più persone pensano che non sia più sufficiente continuare a parlare di femminismo e di ecologia, ma è importante investire sul concetto di eco-femminismo? Secondo Laura Cima, principale esponente dell’ecofemminismo italiano – già deputata, Presidente del primo Gruppo Parlamentare Verde a maggioranza femminile, con un direttivo di sole donne, e autrice di L’ecofemminismo in Italia. Le radici di una rivoluzione necessaria, con Franca Marcomim – il punto è che abbattere le dinamiche oppressive che generano consapevolmente o meno il gender (anche pay) gap non basta. Dobbiamo tutti insieme, uomini e donne, ripensare il sistema nella sua complessità, partendo dallo sfruttamento del pianeta.Insomma: nella prospettiva ecofemminista il nocciolo degli sforzi non deve essere appropriarsi di un sistema oppressivo, ma riappropriarsi del potere di cambiare ciò che sfrutta le risorse in maniera eccessiva producendo vecchie e nuove disuguaglianze sociali, e le donne devono poter essere protagoniste di questo cambiamento alla stregua degli uomini.

“Finalmente si diffonde anche nel nostro paese un movimento che ha cominciato a emergere negli anni Sessanta e che oggi è ormai di estrema attualità. Su questo dobbiamo confrontarci, nel massimo rispetto delle nostre differenze e delle cerchie che frequentiamo, ma con l’urgenza che l’Agenda 2030 ci impone” spiega Cima. “Interrogarci su cos’è per ognuna di noi l’ ecofemminismo è quindi più che mai necessario oggi: i movimenti e le iniziative che riguardano la decostruzione delle relazioni di potere, di dominio, di colonialismo, lo collegano a coloro che criticano il modello di “sviluppo” e fanno della crisi ecologica, la pace e la non violenza un asse centrale.” “L’attuale dibattito femminista sull’ecologia solleva importanti e opportune questioni sull’adeguatezza teoretica delle nostra principali versioni del femminismo: liberale, marxista, radicale, socialista. […] Se l’ecofemminismo è vero o almeno plausibile, allora ciascuna delle quattro correnti principali è inadeguata, incompleta o problematica come base teoretica per l’ecofemminismo” scriveva nel 1987 la filosofa americana Karen Warren.

In questo senso si parla sempre di patriarcato, alla fine. Anche per l’ecofemminismo il problema di fondo è la catena oppressiva che origina da un sistema economico ancora fortemente patriarcale, come scriveva Françoise d’Eaubonne nel 1974 in Femminismo o morte In pieno femminismo la d’Eaubonne crea il gruppo Ecologia e femminismo all’interno del Movimento di liberazione delle donne e dà origine al termine “ecofemminismo” e al movimento. “Per le ecofemministe, la natura è stata inferiorizzata e dominata, in modo simile alle donne. Basti pensare – continua Cima – alla secolare concezione meccanicistica della natura, con un linguaggio di dominio che evoca la “conquista” di una natura definita quasi sempre come “vergine”.”

L’ecofemminismo inizia ormai sessant’anni fa, ma in Italia le cose hanno cominciato a muoversi solo dopo Chernobyl. Nel nostro paese molte donne, fra cui emerge Laura Cima, si sono spese nel movimento ambientalista e nella scommessa di una rappresentanza istituzionale delle istanze ecologiste, dando vita a un femminismo ecologista che, a partire dalle elezioni regionali nella seconda metà degli anni Ottanta e poi in parlamento e in molti enti locali, si caratterizzò presto come istituzionale.

Per approfondire la storia dell’ecofemminismo è utile il saggio di Bruna Bianchi all’interno di questa raccolta di scritti edita dall’Università Ca’ Foscari, dedicata all’argomento.

Ma oggi, dal punto di vista pratico? In Italia l’ecofemminismo sta entrando nelle discussioni di molti gruppi di femministe, racconta Cima, con l’idea di iniziare a individuare gli aspetti da cambiare a livello locale. Think global, act local. “Un gruppo di lavoro milanese a cui partecipo insieme alla Libreria delle Donne, Arcilesbica, Non Una di Meno Milano, ha lanciato recentemente l’hashtag #governodilei per raccogliere le proposte alternative. (fonte Il sole 24 ore)


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