Abbecedario del mondo dopo /// il nuovo libro di Collettiva

Quali sono le parole che ti fanno compagnia in questi giorni? E se ti dico “mancanza”, tu a cosa pensi? Noi di Collettiva abbiamo voluto provare a scrivere insieme un piccolo vocabolario che parte dalle nostre esperienze, da quello che sentiamo e da chi siamo veramente. Un vocabolario collettivo, libero dalle definizioni prestabilite e tutto al femminile.
Molte delle parole che usiamo quotidianamente e anche alcune di quelle che prima della pandemia usavamo di rado, stanno subendo in questi giorni un profondo mutamento, un cambiamento che ha a che fare con la percezione e l’immaginario che si crea nella mente delle persone; pensiamo per esempio alle parole “contatto”, “abbraccio”, “eroe”, “contagio”, alle immagini che immediatamente ci rimandano come se fossero specchi che riflettono una verità che viene da fuori. Questo vogliamo
evitare: accettare passivamente il fluido della notizia, il gelo dei numeri declamati alle sei del pomeriggio e l’anestesia di schermi sempre più affollati.
Nonostante le distanze imposte, o forse proprio per questo, abbiamo sentito la necessità, il desiderio forte di continuare a stare insieme e creare questo piccolo mondo collettivo partendo dalle parole. Un mondo amico, familiare e che in qualche modo segna una mappa fatta di sentimenti e persone reali che si sentono sole, mangiano, cantano, piangono, ridono, sperano, pensano, si arrabbiano. Esattamente come te. Con la libertà che caratterizza da sempre il nostro modo di essere e di scrivere, ogni autrice ha interpretato le lettere secondo il proprio sentire: con vere e proprie definizioni personali di un vocabolario “sui generis” oppure con racconti ispirati alle nuove e infinite sfaccettature della realtà che stiamo vivendo.

Perché un abbecedario collettivo?
Cercare di dare un proprio senso alle parole vuol dire reagire in maniera creativa di fronte all’avanzare minaccioso della paura e della confusione, è un modo di stare dentro l’essenza delle cose senza subirle. Per questo abbiamo scelto di tornare all’abc: perché la parola è un bene comune e crea rapporti, scambi inevitabili tra chi dice e chi ascolta, tra chi scrive e chi legge. È un modo buono per evitare la solitudine, quella brutta, quella che oggi si chiama “isolamento”.
Non sappiamo se questa pandemia si guadagnerà un posto nella categoria degli eventi cruciali per l’umanità, ma sicuramente ha già provocato evidenti modifiche semantiche; prendiamo per esempio la parola “positivo”: ecco, se ieri pensare positivo era una cosa buona e auspicabile, oggi invece tutto vorremmo tranne che risultare positivi. Le parole accompagnano la nostra vita, feriscono e leniscono, per questo bisogna saperle usare con misura ed evitare soprattutto di abusarne.
Inflazionarle, sporcarle e utilizzarle per creare slogan, hashtag e motti, certo non concorre a quel processo di cura e protezione del linguaggio a cui invece ci sentiamo chiamate. Abbiamo perciò voluto prendere le distanze (le distanze!) dalla mera definizione di ciò che pronunciamo meccanicamente, cercando di dare voce alle nostre idee e al nostro sentire, in maniera Collettiva come piace a noi. Questo abbecedario è il nostro modo di resistere con ottimismo agli eventi.
Dentro non ci troverete definizioni oggettive e standardizzate, ma interpretazioni personali legate all’esperienza, mondi che ci auguriamo possano essere condivisi e utilizzati da chiunque voglia trovarsi pronto quando verrà domani. Perché domani verrà, eccome se verrà.
La parola non conosce un modo imperativo, piuttosto incoraggia.
Parola di Collettiva!

Cristina Carlà

 

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Dal laboratorio di Elisabetta Liguori

Immaginate un gruppo di persone che s’incontrano per esercitare un’abilità specifica che è quella della
scrittura e produrre dei racconti scritti che partono dall’esperienza diretta (io) per arrivare al mondo (gli
altri) in un ambiente di totale condivisione.
Immaginate che queste persone abbiamo come obiettivo comune quello di mettersi in movimento, di
spostarsi, anche di poco, più in là, più indietro o più avanti, o anche più a lato di sé stessi.
Immaginate che queste persone riescano a dimostrare che esiste un’identità strutturale tra storia di sé e
racconto di finzione.
Immaginate che insieme riescano dare la risposta giusta a due domande che si pongono da tempo:
- Perché voglio scrivere?
- Chi è il mio lettore?

Immaginate che queste persone riescano a mettere nella loro scatola degli attrezzi tutto ciò che serve per
cominciare. Una stanza tutta per noi, sì, ma cosa altro?
- Tempo
- Desiderio
- Ascolto
- Osservazione
- Esperienza
- Un buon progetto

Immaginate che queste persone mettano le mani nella terra e dissotterrino se stessi. Che dissotterrino un
frammento d’osso, oppure un sogno, un libro già letto, uno spavento improvviso, un fatto di cronaca, un
suono forte, un profumo. Immaginate che rompano la zolla e lo tirino fuori, che comincino a ripulirlo con
cura, che lo osservino con scrupolo, che lo scelgano come oggetto principale della loro storia e che
comincino a raccontarlo al lettore immaginato.
Immaginate che queste persone decidano di condividere tutte le parole che conoscono per dare un nome a
ciò che hanno dissotterrato.
Immaginate che quelle stesse persone riescano a trasformare quell’oggetto dissotterrato in una storia,
mettendolo in viaggio. In ogni narrazione esiste, infatti, un movimento, che sia piccolo o grande, fisico o
emotivo, volontario o involontario, riuscito o fallito. Immaginate pertanto che quelle persone riescano ad
offrire a quello oggetto scelto una vita tutta nuova. Quella narrativa
Immaginate che quelle persone scrivano e riscrivano, che analizzino la grammatica interna della loro storia,
i codici, il topic, le tecniche e le percezioni personali; immaginate che ne raccontino e si raccontino, che ne
leggano e ne rileggano.
Immaginate di essere voi quelle persone.


Basta orologi, ora servono i calendari di Teresa Musca

Il tempo (come misurarlo)
Gli orologi non mi servono, in questi giorni, anche se ogni tanto rivolgo uno
sguardo distratto allo Swatch grigio al mio polso e al quadrante verde sul muro della
cucina, per abitudine; un’occhiata al telefono prima di spegnere la luce e
dormire, per calcolare quanto sonno mi concede la sveglia, che regolarmente
ignoro dopo averla spenta con un gesto meccanico. I minuti che scorrono sullo
schermo del televisore, visualizzati con il telecomando, mi danno il ritmo per
sudare sulla cyclette. Il timer sul microonde mi dice quando assaggiare la
pasta per controllarne la cottura. Anche troppi orologi intorno, per segnare un
tempo che va per conto suo, respira in un modo che non conosco, gonfia e svuota la
bolla in cui vivo. Invece è necessario un calendario, per capire lo scorrere dei giorni, tutti troppo
uguali. Quanti ne sono passati da quando ho sentito parlare per la prima volta del
virus, troppo lontano per riguardarmi davvero, quanti dalla scoperta dei primi contagi in Italia, ancora abbastanza distanti, venivano dalla Cina, subito
individuati, isolati e curati.
Non segnavo i giorni sul calendario, solo le scadenze delle bollette.
Però ricordo il primo caso di un italiano, la comparsa della bolla grigia, quel venerdì
21, scacciata a forza per far posto alla musica. A cosa sarebbe servito fare brutti
pensieri?
Vicino, sempre più vicino, adesso ci riguarda tutti. Ma la vita scorre come al
solito, lavoro, studio, impegni, incontri. La gente vive, la gente muore, la gente si
ammala. La scuola chiude due giorni per sanificazione. La scuola sospende l’attività didattica in presenza dal 27 febbraio al 15 marzo, poi fino al 3 aprile.
Dobbiamo stare attenti ai contatti, niente più abbracci e baci o strette di mano,
stare a distanza di sicurezza, un metro o di più, evitare gli assembramenti, poi
ancora meno, sempre meno possibilità, non ci scambiamo più nemmeno sguardi e
idee o energie che non siano mediate da uno smartphone, da un tablet o da un
computer. Si esce solo per fare la spesa e la danza tra le corsie e i banchi del
supermercato è gentile e racconta che abbiamo cura di noi e degli altri.
Due domeniche fa ho visto le mie amiche, domenica scorsa ho ancora pranzato con
la mia mamma, che ha ottantaquattro anni e vive da sola. Anche oggi è
domenica, 15 marzo, i ragazzi sono ancora a letto. Ho pulito il terrazzo: mi sembrava
una cosa buona e utile. Faccio piccolissimi progetti per le prossime ore, prendo con
me piccolissimi impegni che forse non manterrò. Controllo quanti minuti di
telefonate mi sono rimasti, mi chiedo chi chiamerò oggi.
Vorrei aver segnato sul calendario il giorno che ho preso l’auto per andare a trovare il mare, quello in cui una meravigliosa luna piena mi ha sorpreso sorgendo gigante nel cielo buio. Il
tramonto neppure speciale che ho guardato distrattamente.
Ieri ho fatto il conto delle cose buone, domani continuerò questo inventario.

(articolo de Il Corriere della Sera del 6/04/20)


Riscrivere a matita /// Serena Gatto

Ho comprato un quaderno ad anelli.
Ha una copertina rossa lucida, e le pagine a quadretti intervallate da separatori di cartoncino di tutti i colori.
L’arancione per la parte dedicata al calendario delle presentazioni e degli eventi. Giallo, azzurro e diverse gradazioni di verde per le sezioni dei singoli autori. Rosso amaranto per le riunioni e azzurro scuro per le cose da fare.
Guardandolo, ritorno ai primi giorni di scuola della mia infanzia, quando lo zaino era pieno di quaderni puliti, penne completamente cariche, gomme e temperamatite nuovissimi. Quando il bello doveva ancora arrivare, tutto era ancora da costruire e da inventare. Così mi sento io, quando penso al nostro progetto editoriale, piccolo, coraggioso, forse visionario, ma fonte inesauribile, per noi, di meraviglia.
Sì, sì, lo so benissimo che chi lavora nelle grandi case editrici sarebbe sconvolto da questo mio strumento di programmazione, come possiamo definirlo, un po’ artigianale? Loro – e quando scrivo loro immagino enormi scrivanie lucide dietro grandi vetrate, donne e uomini eleganti e indaffarati, con telefono appiccicato all’orecchio - avranno software sofisticati, fogli Excel e tutte le meraviglie tecnologiche che rendono il lavoro più facile e veloce e fanno risparmiare tempo.
Ma noi siamo diverse. Innanzitutto nel modo di vivere il tempo. Dobbiamo andare più veloci per fare cosa, per arrivare dove? Andiamo piano, invece. E così io provo un sottile piacere nell’intestare ogni foglio a un mese, nel riportare con calma e pazienza, in ogni quadratino, data e giorno della settimana. La mia adorata penna Bic Cristal scorre fluida sul foglio, traccia segni che sono già progetti, momenti futuri da immaginare.
All’inizio le pagine sono bianche, i quadratini accanto alla data attendono pazienti il loro momento di essere riempiti di nomi, orari, luoghi.
La pagina di marzo è già piena. Guardandola sento, come sempre, un po’ di affanno misto ad allegria. Ce la faremo a star dietro a tutto? Certo che ce la facciamo, è la passione il nostro carburante, è l’infinita bellezza di toccare i libri, annusarli, incontrare persone, stringere mani, scambiare abbracci e sorrisi.
Ma all’improvviso è arrivato lui, il mostro, ad allungare i suoi artigli verso il mio quaderno ad anelli. Notizie dei primi contagi, mascherine e amuchina, tamponi e tute bianche da film di fantascienza distopico.
Numeri, numeri, numeri. Persone positive, persone negative, ammalati, guariti, morti. È un’influenza, no non è solo un’influenza, lavatevi le mani, starnutite nel gomito, fate le scorte che qui finirà tutto il cibo.
Ottimismo, pessimismo, ansia, speranza.
Non volevamo rassegnarci all’inizio. Dai, incontriamoci stando a un metro di distanza, almeno per vederci, cosa vuoi che possa accadere. Ma le presentazioni? No, la gente non verrà, hanno paura, rinviamo? Ci proviamo lo stesso? No, rinviamo, cancella la data.
Poi arriva il momento in cui non abbiamo più scelta. Tutte in casa, separate, a ringraziare il cielo per l’esistenza delle tecnologie che ci permettono almeno di vederci e sentirci. Anche se non di abbracciarci, e questo fa male come una ferita immersa nell’acqua salata.
E così la pagina di marzo del mio quaderno ha iniziato a riempirsi di scarabocchi neri come nuvole di temporale disegnate dai bambini. Mi fanno troppa tristezza, strappo la pagina, riscrivo a matita solo le date di aprile e maggio. Il mostro sta cambiando le vite di tutti, ma la nostra di più, perché la relazione, quella non virtuale, è il fulcro del nostro essere e del nostro modo di lavorare.
E allora bisogna ripensare anche il modo di stare al mondo, come singole persone e come gruppo, in questo tempo sospeso. Concentrarci su quello che possiamo fare ora. Leggere, scrivere, progettare con la consapevolezza dell’incerto. La vita era un’incognita anche prima, dite? Sì, ma ora lo sentiamo di più.
E allora riscriviamo a matita tutti i nostri progetti, non solo quelli relativi ai nostri libri, ma a tutta la nostra esistenza.
E che ognuno di noi scriva nel suo quaderno ad anelli, reale o immaginario, solo i desideri davvero importanti, ma a matita, come me adesso, consapevole che una gomma qualsiasi, che si chiami Covid19 o sia un altro scherzo del destino, potrà cancellarli.

Serena Gatto

fonte Il Corriere della Sera


Riparte il laboratorio di scrittura sul femminismo

Riprendiamo il laboratorio di scrittura (on line)
domenica 19 aprile ore 17,00
Creare una stanza tutta per noi!
La mia stanza, la mia scrittura. V. Woolf
Lo studio. Alice Munro
Qui, coltiviamo il sogno. Sibilla Aleramo

La scrittura, la conversazione, la lettura sono strumenti che ci permettono di comprendere il senso profondo della realtà, di promuovere il pensiero autonomo e non copiare/incollare opinioni altrui, per recuperare il senso di appartenenza a una comunità, fulcro di un cambiamento.
Scrivere è un’esperienza di vita, se scrivo io capisco meglio me stessa e gli altri, se scrivo e mi racconto allargo la coscienza, scrivere vuol diventare libere, con la scrittura io mi definisco (non parlo dell’autobiografia ma della capacità di esprimere un concetto che parte da noi, il lavoro di scrittura mi serve per dare ordine ai miei pensieri, per svelare il sommerso, per definisce la mia relazione col mondo. Per rendere all’esterno il nostro pensiero dobbiamo scriverlo, non dobbiamo convincere nessuno o spigare qualcosa, dobbiamo raccontare la vita così com’è, che rendiamo viva grazie alla parola.
Ogni parola ci illumina, ci guida, ci fa trovare la strada.

per informazioni inviare un messaggio al num. 392.1995892
o una mail a associazionecollettiva@gmail.com


Scrivo di Serena Gatto

"Scrivo" di Serena Gatto
estratti dal Laboratorio di scrittura
a cura di Simona Cleopazzo
(il brano sarà inserito
nell'Antologia 2020
in uscita per l'estate)

per ascoltare copiate il link
buon ascolto!

https://www.spreaker.com/episode/24673689

 


Le nostre parole diventeranno nuovi abbracci.

Eccoci.
Abbiamo passato gli ultimi 15 giorni a capire cosa stesse succedendo,
poi chi a preparare lezioni on line, chi a recuperare i compiti delle bimbe
chi a leggere un libro, chi al lavoro ma con mascherina e guanti.
La nostra casa editrice è ferma (niente presentazioni, niente laboratori).
Ci sentiamo solo nelle chat e per telefono per aggiornarci e scambiarci
riflessioni, pensieri, angosce, frasi, consigli.
Fino a qualche mese fa il covid 19 era sconosciuto,
un possibile pericolo sì, ma che sembrava lontano secoli.
Eppure ci siamo dento tutti, tutte le persone del pianeta.
Ci siamo siamo fermati tutti, a favore di una storia che ci invita a riflettere.
Forse non è un caso essersi incontrate prima. Il calore umano ci serve ora.
I nostri pomeriggi, i sorrisi, le tisane, gli abbracci ora riscaldano.
E danno una speranza. E allora riprendiamo da dove eravamo rimaste.
Amo, RESISTO, sogno, scrivo. Troveremo il modo di pubblicare la nostra
antologia anche quest'anno.

Intanto, per chi ha voglia di leggerci, condividiamo qui, s facebook e instagram
qualcosa scritta o riscritta in questi giorni.
Tagliamo, tagliamo, andiamo all'essenza, poesie e prose brevi.
Qualche scritto o vocale al giorno, sognando il nuovo abbraccio.


Pensiamoci e "resistiamo" a casa

Per noi che ci chiamiamo "collettiva" sarebbe stato impossibile ripensarci in un futuro, dopo il coronavirus, senza le relazioni e la vicinanza emotiva che abbiamo già costruito.

Partiamo proprio dalla parola collettiva. Per tutti i vocabolari è un "gruppo di persone che si riuniscono per discutere argomenti di interesse comune e produrre collegialmente documenti e proposte di carattere operativo". E infatti noi ci riuniamo, e molto. Anzi ci riunivamo, uso l'imperfetto.

Presentazioni di libri che passavano di mano in mano (anche cento persone), conversazioni sul femminismo nelle case delle persone che ci preparavano biscotti, caffè e dispensavano abbracci, laboratori di scrittura tenuti in vari luoghi, gruppi di lettura a distanza ravvicinata (ma a volte anche quattro gatti).
Ci riunivamo per riflettere assieme, per leggere assieme, addirittura per scrivere assieme.
Il decreto è stata una batosta, ma ci siamo subito adeguate per il bene di tutte e oggi "resistiamo" grazie alle relazioni che siamo state in grado di costruire ieri. Ci sentiamo molto fortunate in questo momento, (nonostante tutto) perché possiamo chiamarci, scriverci, pensarci e ripesarci. 
E usiamo la parola relazione e non rapporto (per esempio) non a caso. Abbiamo rapporti nel mondo dei social, ma le relazioni si creano tra le persone in carne e ossa e noi le abbiamo create grazie alla parola che nasceva dalle nostre bocche, dall'abbraccio dei nostri corpi, alla nostra fisicità, anche. Il nostro pensiero è sempre stato sorretto, protetto ed espresso dai corpi. 
Ne abbiamo parlato in tutti i modi. Resistenza alla guerra (ricordate le istruzioni al sabotaggio di Alba De Céspedes?), corpo, corpo, corpo (ricordate il gigantesco neo di Rossana Rossanda?), differenza tra immanenza e trascendenza (pensate qualche volta a Simone De Beauvoir?), e al corpo di Sibilla Aleramo che si squarcia per far nascere l'amato figlio? E l'aborto descritto da Annie Ernaux ne L'evento?
Il nostro è stato un esercizio di filosofia di resistenza (dalla resistenza dell'intimità a quella di relazione). Che cosa vogliamo dire? Che la condivisione dei pensieri sulla resistenza era già costruzione di un nuovo mondo, dove far sentire i nostri pensieri e le nostre azioni. In un mondo capitalistico, la fascinazione della merce (usiamo una metafora) ci colpisce solo se siamo isolate, la paura ci aggredisce solo se siamo l' una contro l'altra. La sua forza cresce se siamo divise. 
Per noi, questo non avviene, perché ci sono le relazioni che ci svelano vecchi meccanismi, perché la comunicazione e la volontà sono dirette a costruire un nuovo mondo, non riconoscendo più quello vecchio fatto di guerre e di patriarcato.
Prima di fare e di diventare comunità (ecco un'altra parola importante) ci siamo sperimentate, con le parole e col corpo.
Qual è il passo successivo? 
Quello di trasformare i nostri corpi e le nostre parole della resistenza a una nuova esistenza.
Naturalmente insieme, se vi va.
#restiamoacasa #resistenza

Un percorso femminista in 10 passi e 31 libri

Aspettando la ripresa del laboratorio
Storie femministe dalla stanza tutta per sé all’ecofemminismo (scrittrici e filosofe per le pratiche di libertà) di Simona Cleopazzo
Grazie a una collettiva di scrittrici, filosofe, femministe unite dal filo rosso della razionalità ho costruito un percorso di lettura e di riflessione.
 Le conversazioni e i laboratori hanno l’obiettivo di accendere la razionalità, di illuminarci, perché, solo, stando assieme, riusciremo a trovare le parole giuste per diventare meno sognatrici, più razionali! Nel frattempo leggiamo, scriviamo, riflettiamo...

passo 1
Creare una stanza tutta per noi
Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Feltrinelli
Alice Munro, La danza delle ombre felici, Einaudi
Sibilla Aleramo, Una donna, Feltrinelli

passo 2
Essere nel mondo, la forza delle parole
Simone De Beauvoir, La forza delle cose, Einaudi
Margaret Atwood, Il racconto dell'ancella, Ponte alle Grazie
Sylvia Plath, La campana di vetro, Mondadori

passo 3
Scegliere le parole per dire quello che dobbiamo dire
Luce Irigaray, Speculum, Feltrinelli
Goliarda Sapienza, L'arte della gioia, Einaudi
Lea Melandri, Alfabeto d'origine, Neri Pozza

passo 4
Scriviamo il nostro taccuino d’oro
Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi
Doris Lessing, Il taccuino d'oro, Feltrinelli
Susan Sontag, Rinata, Nottetempo

passo 5
Diventiamo estranee alla politica degli uomini
Virginia Woolf, Le tre ghinee, Feltrinelli
Alba De Céspedes; Dalla parte di lei, Mondadori
Dorothy Parker, Il mio mondo è qui, Bompiani
Grace Paley, Tutti i racconti, Big Sur

passo 6
Costruiamo la nostra consapevolezza
Carla Lonzi, Taci anzi parla, Scritti di Rivolta Femminile
Annie Ernaux, L'evento, L'Orma editore
Christine De Pizan, La città delle dame, Carocci

passo 7
Abbandoniamo la casa
Betti Friedan, La mistica della femminilità, Castelvecchi
Maria Zambrano, I luoghi della poesia, Bompiani
Paola Masino, Vita e morte della massaia, Feltrinelli

passo 8
Agiamo, abbracciamo un tema
Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà, Best Bur
Simone Weil, La prima radice, SE
Vandana Shiva, Il bene comune della terra, Feltrinelli

passo 9
Tessiamo la tela
Ynestra King, Women in culture, saggi in inglese
Elif Shafak, I miei ultimi 10 minuti e 38 secondi in questo strano mondo, Rizzoli
Daniela Padoan, Le Pazze, Un incontro con le madri di plaza de Mayo, Bompiani

passo 10
Desideriamo la felicità di tutte
Gioconda Belli, Nel paese delle donne, Feltrinelli
Malala Yousafzai, Io sono Malala, Garzanti
Chimamanda Ngozi Adichie, Dovremmo essere tutti femministi, Einaudi


Crearsi una stanza tutta per sé, anzi uno studio / Alice Munro

«La vita reale non erano la mia casa, i figli, il marito.
Ciò che era reale era la mia scrittura,
come si sviluppava nella mia mente e poi sulla pagina.
Una realtà a cui non ho potuto rinunciare, mai».

Alice Munro soffre di attacchi di panico, ulcera, depressione, è sfinita ma convinta, come Virginia Woolf, che per compiere questo dovere nella scrittura si deve prima uccidere l’Angelo del focolare, l’ombra della donna ideale, vittoriana, sacrificata, buona e pura, anzi è necessario uccidere anche il mito della maternità. Infatti il racconto Lo studio sembra la prosecuzione della stanza tutta per sé. È lei, infatti, che scrive con una mano e con l’altra allontana la figlia di due anni che vuole chiederle qualcosa. Lei, Nobel per la Letteratura del 2013, nasconderà per anni questo suo mestiere ad amici e parenti e scriverà mordendo scampoli di tempo rubati alle figlie, al sonnellino pomeridiano delle stesse. Ma a lei la stanza non è più sufficiente, Alice vuole di più. Lei ha bisogno di uno studio tutto suo. Uno studio in cui portare solo un tavolino, dei fogli, una macchina da scrivere, un bollitore per fare il caffè. Un luogo dove scrivere il proprio manifesto, libro, e combattere contro il tarlo della paura e la marginalità del fatto di non essere riconosciute come scrittrici. Un manifesto mai arrabbiato, un libro fatto di tanti racconti che indagano i rapporti umani che decidono, etichettano, condannano una scrittrice all’anonimato. Un anonimato da combattere non per pura sete di successo ma semplicemente per rispettare la vera essenza che ci abita e ci guida e guida la punta incandescente della nostra penna.

«La soluzione alla mia vita mi venne in mente una sera mentre stiravo una camicia. Era semplice ma audace. Mi presentai in soggiorno dove mio marito stava guardando la televisione e dissi: - Ho pensato che dovrei avere uno studio. Sembrava un’idea stravagante perfino a me. Che cosa me ne faccio di uno studio? Ho una casa: è bella, spaziosa e ha la vista sul mare; offre vani adatti a mangiare e dormire, farsi un bagno e chiacchierare con gli amici. Ho anche un giardino, lo spazio non manca. No. Ma a questo punto arriva la dichiarazione non facile: sono una scrittrice. Detto così non suona bene. Troppo presuntuoso; fasullo, o quantomeno poco convincente. Riproviamoci. Scrivo. Va meglio? Cerco di scrivere. Così è anche peggio. Falsa modestia. Dunque?».

continua